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Alle Uccelliere Farnesiane di Roma, la mostra «Brancusi: scolpire il volo»
Dal 13 febbraio 2025 al 11 maggio 2025 a Roma alle Uccelliere Farnesiane è aperta la mostra Brâncuși: scolpire il volo a cura di Alfonsina Russo, Philippe-Alain Michaud, Maria Laura Cavaliere e Daniele Fortuna. Le Uccelliere Farnesiane fanno parte del Parco archeologico del Colosseo.
La mostra è stata realizzata in co-organizzazione con il Centre National d’art et de la culture Georges Pompidou di Parigi. Nelle due alle simmetriche del bellissimo edificio barocco che ospitava le uccelliere ci sono: dalla parte destra, tre opere di Brâncuși e nell’alla sinistra la mostra di fotografie e dei filmati realizzati dall’artista. Lo scultore Constantin Brâncuși è romeno, naturalizzato francese ed è considerato il padre della scultura moderna.
Le opere sono per la prima volta esposte a Roma e non si poteva trovare un posto più adatto: Il Gallo, L’Uccello e Leda troneggiano nei spazi dove una volta i papi Farnese tenevano gli uccelli veri, esotici, parte integrante delle meraviglie del giardino barocco che
erano e ci sono tutt’oggi un luogo simbolo della città, riscoperto alla fine del Settecento dai viaggiatori del Grand Tour. L’architetto Dolores Lettieri ha unito gli spazi delle due ale delle uccelliere con un allestimento basato sul contrasto di bianco e nero, così amato dallo scultore stesso. Bianco era l’atelier di Constantin Brâncuși, nera è l’oscurità della camera fotografica che lui adoperava con mano sicura e della pellicola dei film che Constantin Brâncuși girava nel suo spazio creativo.
Lo scultore amava esprimersi con frasi brevi e a volte ermetiche per trasmettere le sue idee e descrivere le sue opere: «Non è l’uccello che voglio rappresentare, ma il dono, il volo, lo slancio». Era nato a Hobiţa nella profonda Oltenia, nel 1876, ma ha vissuto gran parte della sua vita a Parigi, dove morì nel 1957. Era profondamente legato alla Romania e voleva lasciare le sue opere e il suo atelier all’Accademia Romena, ma l’ottusità del regime d’occupazione sovietica d’allora rifiutò questo immenso dono che Constantin Brâncuși vuole lasciare ai romeni. Un grande peccato, ma anche un segno del tempo, un insegnamento: la politica ottusa disdegnò il bello nel nome della coerenza con il rifiuto dell’artista che non vuole mai rinnovare il passaporto romeno pur di non dare credibilità al nuovo regime e abbandonare le sue origini e la fedeltà alla famiglia reale romena che troneggiava anche sui vecchi passaporti antebellici. Oggi, questo patrimonio è il fiore all’occhiello del Centre George Pompidou che ospita pure l’atelier che fu trasmutato a causa delle demolizioni in Impasse Ronsin, numero 8, dove era collocato in precedenza, per fare posto al nuovo polo ospedaliero parigino. Il Gallo (Le Coq), L’Uccello (L’Oiselet) e Leda sono opere realizzate tra il 1925 e il 1935 e sono un frammento di un lungo percorso declinato in innumerevoli varianti del volo invece che dell’animale, del volatile. Per mettere in risalto gli echi dell’arte antica che risuonano nell’opera di Constantin Brâncuși, sono state allestite in vicinanza alle sue tre opere un gruppo di sculture antiche, balsamari, are e sonagli dell’età romana che arrivano dal Museo Archeologico Nazionale di Venezia, dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e dal Museo Nazionale Romano Palazzo Massimo.
Philippe-Alain Michaud, direttore delle collezioni di cinema sperimentale del Centre Pompidou – Musée National d’art moderne di Parigi, dichiara: «La figura dell’uccello ricorre nell’opera di Brancusi (naturalizzando alla francese il nome) con particolare insistenza: per lo scultore, tuttavia, non si tratta di rappresentare il volo in sé, ma il suo levarsi in volo, quindi l’emancipazione della forma dalla materia». Lo scultore ha cercato per tutta la sua vita ad avvicinarsi sempre di più alla forma archetipo delle sue rappresentazioni, togliendo fino in fondo ogni fronzolo e ogni elemento realistico degli artisti dell’Ottocento, provando ad arrivare alla quintessenza dell’animale o della figura che ha tentato di cogliere nella sua scultura. Si nota benissimo questo suo sforzo immane di sorprendere il movimento, l’inarrivabile forma della vita, nelle sculture come nel disegno e nelle fotografie, dove riflette sé stesso, il suo viso nella patina lucida delle sue opere in bronzo.
Continua il direttore Philippe-Alain Michaud e io con lui: «Quale luogo migliore delle uccelliere farnesiane per esporre un gruppo di opere di Brancusi legate a questo tema provenienti dalla collezione del Centre Pompidou». In un certo senso forse è sempre un legame tra i grandi. Se ci riflettiamo un attimo Centre Pompidou è l’opera dell’architetto genovese Renzo Piano, ‘mister Bellissimo’ come lo chiama il gotha del mondo dell’architettura internazionale. E così, in un involucro d’eccezione, opera dell’architetto italiano, hanno trovato casa le opere dello scultore romeno naturalizzato francese. Un incontro tra le culture attraverso le opere dei grandi artisti più rappresentativi del loro tempo accolte nella Città dei Lumi, sulle sponde della Senna.
Constantin Brâncuși è stato sempre un mio mito per due ragioni. La prima, perché sono nata a una cinquantina di chilometri dal suo villaggio, Hobița, e mi sono sempre sentita legata a lui come a un Maestro d’arte, ma anche di vita. Nei momenti difficili della mia vita, quando ho cambiato come lui Paese, quando dovevo accettare i più umili lavori pur di guadagnarmi il pane, ho pensato a lui nei momenti in cui quando, a sua volta, lavava i piati nei ristoranti parigini o tagliava la legna per continuare il viaggio a piedi dalla Romania a Parigi. Oggi il mondo lo omaggia giustamente, ma proviamo a immaginarlo com’era nella foto da bel viandante dalla folta barba nera con gli occhi come carboni ardenti, girato di tre quarti mentre guarda dritto nell’obbiettivo della macchina fotografica appoggiato sul bastone da passeggio, con un paio di pantaloni a palloncino e uno zaino in spalla, sorpreso così in un attimo d’eternità nel suo viaggio verso Parigi. Era come uno dei tanti emigranti d’oggi, poveri ma con un sogno nel cuore: trovare un mondo migliore che li riconosca come persone e che gli dia dignità. Fortunatamente lui ci riuscì a Parigi, ma non fu subito prosperità e riconoscimenti. La seconda ragione del mio legame con Constantin Brâncuși si deve al suo biografo, lo storico dell’arte Barbu Brezianu, che mi coinvolse nella selezione del materiale fotografico della sua ultima edizione dell’opera dedicata allo scultore Brâncuși in Romania quando ero una giovane fototecaria dell’Istituto di Storia dell’Arte «George Oprescu» di Bucarest.
Tornando alla mostra, osserviamo che in Leda, Constantin Brâncuși trasforma la donna in un cigno, dove il corpo fluttuante della donna si muove nello spazio con la grazia di un cigno per l’appunto. La seconda scultura è Il Gallo, uccello che scandisce la vita lavorativa del buon villano, ricorda anche il tradimento di Gesù ed evoca il sorgere del giorno. Nella sua versione in bronzo Il Gallo è luce gialla, solare, è movimento dato dalle tre incanalature che riprendono soltanto da lontano la cresta, è suono stridente, ricordo di un’amicizia con il musicista sperimentalista come Erik Satie.
Negli anni Venti e Trenta Brâncuși si dedicherà al cinema che è al centro della seconda sezione della mostra. Nei filmati l’artista esalta le qualità plastiche delle sue sculture, realizza delle mise en scene molto raffinate da angolature inedite. Un’attenzione ricercata riguarda il basamento dell’opera che è a sua volta opera in sé. Nel film Leda in movimento del 1936 la scultura è collocata su un grande disco rotante in acciaio lucido che funge da superficie dell’acqua. Il riflettersi del cigno nell’acqua modifica le sue forme all’infinito.
Quando sta fotografando Brâncuși moltiplica gli scatti nello sforzo di catturare le sfumature delle sue opere sempre in movimento e per questo, impossibili da fissare in un'unica fotografia. Anche in quest’arte nuova lo scultore fa da Maestro. Osserva Man Ray parlando di Brâncuși: «Forse aveva ragione. Uno dei suoi uccelli d’oro era stato fotografato con la luce del sole che lo illuminava direttamente, trasformandolo nella sorgente di un’aura radiosa, quasi un’alba, che conferiva alla sua opera un carattere esplosivo». Utilizza sfocature, sovraesposizioni e imperfezioni della stampa per restituirne l’immagine più autentica, tecniche apprese da Man Ray, che lo aveva introdotto ai linguaggi della fotografia e del cinema. Brâncuși, abbandonando l’idea di una forma finita, usa il linguaggio del cinema e della fotografia per togliere allo spazio e al tempo le sue opere che appaiono come strutture in movimento ed evoluzione dalla vita alla morte, tra la genesi e la distruzione. Si spiega così la sua vera ossessione per gli Uccelli, più di una ventina di raffigurazioni, prima degli uccelli dal petto robusto che rimandano ai miti popolari romeni e al loro ruolo di trasportatori delle anime dei giovani defunti che devono essere portate in Cielo, poi sempre più snelli e in tensione arcuata, come slancio di vita che si libera dalla materia e rappresentano il volo, la cosa più dinamica e onirica del mondo.
Domenica scorsa, una delle domeniche a traffico limitato per limitare l’inquinamento a Roma, mi sono trovata vis-à-vis con le opere del mio scultore preferito nell’Uccelliera Farnesiana sul colle Palatino, a qualche decina di metri della casa dell’imperatore Augusto.
Alla vista delle palme dal sfondo esotico, degli aranceti pieni di frutti e tra il cinguettio dei verdi brillanti pappagalli che svolazzavano tra i cipressi dritti e gli ulivi verdastri, mi sono tornati alla nella mente i versi di “I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino” di Angelo Poliziano e colsi il fiore come ci invitava il poeta fiorentino della corte di Lorenzo de Medici:
Quando la rosa ogni sua foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a mettere in ghirlande,
prima che sua bellezza sia fuggita.
Sì che, fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliàn la bella rosa del giardino”.
Ho colto allora il fiore più bello, la bellezza delle opere di Constantin Brâncuși, un giovane uomo partito a piedi per Parigi dall’Oltenia, la stessa mia terra nel sud-ovest della Romania, per trovare il successo e fare del figlio di un povero contadino il più grande scultore del Ventesimo secolo. E scusate se è poco!
Liana Corina Țucu
(n. 3, marzo 2025 anno XV)
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